5. Rotta sul pianeta Tlon

 

"Lo specchio e la copula sono ignobili perché moltiplicano gli individui"

Anonimo

 

Nell'episodio di Marcovaldo intitolato La città smarrita nella neve, Italo Calvino ha regalato agli psicogeografi di tutto il mondo una delle metafore più ricche e suggestive (nonché ignorate) sul rapporto tra individuo e territorio. Non è un caso che il racconto sia stato recentemente ripubblicato in Australia (con una splendida introduzione di Bernard Hickey) all'interno di una straordinaria antologia dal titolo Reading the Country (1).
Quello che succede è molto semplice. Dopo un'abbondante nevicata Marcovaldo si sveglia e scopre una città priva delle sue caratteristiche più odiose: le auto sono bloccate nei garage, i segnali stradali sono cancellati, i rumori attutiti, la carreggiata e il marciapiede si sono fusi insieme in un unico spazio pedonale, i punti di riferimento consueti sono scomparsi. Fin qui niente di speciale. Se le considerazioni del protagonista si fermassero al pensiero che una città così è meno carceraria del solito, saremmo nel consueto filone della retorica stile "Metropoli Bastarda". Ma il bello ha da venire:

"Le vie e i corsi s'aprivano sterminate e deserte come candide gole tra rocce di montagne. La città nascosta sotto quel mantello chissà se era sempre la stessa o se nella notte l'avevano cambiata con un'altra? Chissà se sotto quei monticelli bianchi c'erano ancora le pompe della benzina, le edicole, le fermate dei tram o se non c'erano che sacchi e sacchi di neve? Marcovaldo camminando sognava di perdersi in una città diversa..."

Stabilita così l'equazione neve = sogni+emozioni, le intuizioni di Calvino cominciano a prendere forma in maniera sorprendente, come spesso succede quando una semplice metafora si mostra via via sempre più coerentemente in corrispondenza con l'oggetto di riferimento. Fin qui Marcovaldo si è limitato a constatare l'effetto di una neve caduta dal cielo. Dal momento in cui il capomagazziniere della sua ditta gli affida un'enorme pala per liberare il marciapiede di fronte all'ingresso, diventa sempre più consapevole della possibilità di manipolare quella sterminata massa bianca e di interagire con essa.
Il primo ostacolo che gli si presenta è il disoccupato Sigismondo, una chiara allegoria di un'illuminata amministrazione comunale. Si tratta di un disoccupato arruolato nelle file degli spalatori comunali, desideroso di mettersi in mostra con il caposquadra e di fare carriera. La neve non gli dà nessuna suggestione particolare, ma lo porta a calcoli ben precisi sui metri cubi da spalare per liberare tot metri quadri di strada. Quando si accorge che Marcovaldo coi suoi disordinati colpi di pala sta gettando la neve dal marciapiede alla strada, gli prende un'accidente.
Sigismondo è l'immagine di coloro per i quali i sogni sono solo e soltanto business. Li rimuovono dalla loro sede naturale e pericolosa (la strada) e ammonticchiano in bell'ordine i loro surrogati contro al muro. È la politica del divertimento sì, purché disciplinato e rega(o)lato da noi. Divertimento a tutti i costi, perché la chitarra di Beppe Maniglia copra il frastuono dei cingolati. Sono le roussoviane " ghirlande di fiori sulle nostre catene". Ma tra i sogni e i divertimenti c'è lo stesso scarto qualitativo che separa le tagliatelle della nonna da quelle Barilla. E qui ancora il bello ha da venire. Marcovaldo impara da Sigismondo a fare i mucchietti di neve. Usa la sua stessa tecnica, lo tranquilizza, gli offre una cicca di sigaretta, ripulisce il tratto che gli ha ingombrato. Ma i suoi sentimenti non cambiano, per lui non si tratta di metri cubi su metri quadri:

"Se continuava a fare dei muretti così, poteva costruirsi delle vie per lui solo, vie che avrebbero portato dove sapeva solo lui, e in cui tutti gli altri si sarebbero persi. Rifare la città, ammucchiare montagne alte come case, che nessuno avrebbe potuto distinguere dalle case vere. O forse ormai tutte le case erano diventate di neve, dentro e fuori; tutta una città di neve con i monumenti e i campanili e gli alberi, una città che si poteva disfare a colpi di pala e rifarla in un altro modo".

Qui al vero psicogeografo scappano le lacrime. Al curatore di Reading the Country, Robert Bropho prende un mezzo colpo che gli fa inserire una nota in cui esclama senza mezzi termini "This is walkabout!"(2) e cita alcune strofe dal brano "Walking on a dream"dei Koncealed Konceit. E niente potrebbe essere più vero.

Ma la cosa ancor più interessante da cogliere sta nel fatto che Marcovaldo ha usato la migliore delle strategie: servirsi del sistema, sfruttare i suoi canali d'azione. I sogni ingombrano la strada e bisogna ammucchiarli ai lati? Benissimo. Questo in realtà non fa altro che allargare il sogno, raddoppiarlo (fino a diventare bi-sogno), fino a che da un po' di neve sull'asfalto si passa ad una città fatta di neve. E allora vengono in mente gli ultimi due versi di "Terrorista", una delle ballate più acide dei Frida Frenner, che dicono: "Bolle già un'apocalisse/verosimile/sparale sempre più grosse/fino a che lo show/non finirà. Diffondiamo le leggende/più incredibili/ Non saprai dove ti trovi/neanche a casa tua/deturnati."
Calvino ci dà un'immediata conferma dei nostri sospetti. È veramente dell'inquinamento del sistema con i suoi stessi liquami(3) che si sta parlando in un racconto dall'apparenza tanto innocua? Senza dubbio, gente! Perché immediatamente dopo, Marcovaldo, notando quanta poca differenza passi tra un mucchio di neve ed un'auto, comincia a modellare la forma di una macchina, con tanto di rubinetto al posto della maniglia. E la vittima dello scherzo è il potentissimo commendator Alboino, che, uscendo dalla ditta, afferra il rubinetto sporgente e si infila a testa bassa nel mucchio di neve. La perdita della distinzione tra Vero e Falso, tra Sogno e Realtà, tra Leggenda e Fatto di Cronaca che costituisce l'arma preferita di uno stato orwelliano gli si è ritorta contro grazie alla psicogeografia(4). Viene da pensare allo scherzo, durato anni, che Pierluca Sabbatino e altri due suoi amici napoletani giocarano ai danni delle Poste. Questi tre scugnizzi, particolarmente ferrati come grafici, si sono inventati francobolli di ogni genere da applicare alle loro cartoline. Nessuno ha batutto ciglio. Lettere affrancate con francobolli ritraenti piccioni viaggiatori e la scritta "Quando le poste funzionavano"sono stati regolarmente timbrati. La cartolina con il francobollo per il "Furto dell'auto di Lucariello", è stata recapitata senza l'ombra di tassazione. Ebbene: si tratta di ottenere il timbro del Vero per ciò che è Falso, di far passare per normale ciò che è pazzesco, in modo che i Normali impazziscano e sentano come la loro distanza dal folle sia solo una questione di condizionamento ambientale, di non aver mai incontrato uno come Ron Athey durante una performance.
Negli anni settanta in America si facevano degli esperimenti su questo tema. Una donna entrava completamente nuda in un ufficio dove tutti, tranne uno, erano stati sollecitati a comportarsi come se niente fosse. Il condizionamento ambientale su quell'uno era tale che egli si comportava in modo assolutamente deviante per potersi ritenere normale. Della serie: colpisci cento per educarne uno. Le potenzialità rivoluzionarie di un fatto simile sono incredibili. Quando Albert Funt vide i filmati di quegli esperimenti ebbe una folgorazione e si inventò Candid Camera. Ma la telecamera nascosta era un limite di quella trasmissione, non un vero punto di forza, come ha dimostrato in maniera strepitosa uno psichiatra napoletano. Mi riferisco all'autore del famoso "Referendum per l'abolizione della Juventus"e di altri banchetti di questo genere. In questi casi l'arrivo della telecamera, come appendice della televisione, veniva costantemente considerato come una conferma dell' avvenimento, un imprimatur, un timbro di veridicità. La gente rimaneva delusa quando gli si diceva che era tutto finto. Molti non ci credevano. Qualcuno si mise veramente a organizzare una raccolta di firme per cancellare il Milan dal campionato.
Tutto questo ci porta su Tlon. Poi ritorneremo alla città smarrita nella neve e al suo finale mozzafiato.

Che cos'è Tlon? È una creatura di Jorge L. Borges che ce ne parla nella sua raccolta Ficciones del 1941-44. Si immagina che una combricola di idealisti, con a capo Barkeley, abbia concepito il disegno di dar vita ad un paese immaginario, diventato poi un pianeta per la megalomania americana, chiamato Tlon. Il progetto è quello di stilare un'enciclopedia in molti volumi su questo pianeta, decrivendone la geografia, la letteratura, i linguaggi, le gastronomie, le città... Nel 1944 un reporter del quotidiano The American di Nashville, Tennessee, scova in una biblioteca di Memphis i quaranta tomi dell'opera. Un ritrovamento voluto prpbabilmente dagli stessi direttori dell'Enciclopedia di Tlon, i quali cominciano contemporaneamente a mettere in giro alcuni oggetti, come bussole contrassegnate con lettere di alfabeti di lingue tloniane, piccoli coni dal peso specifico indescrivibile (fatti d'un metallo che non è di questo mondo) che costituiscono l'immagine della divinità in una religione di Tlon.

"Quasi immediatamente la realtà ha ceduto in più punti. Dieci anni fa, bastava una qualunque simmetria con apparenza di ordine - il materialismo dialettico, l'antisemitismo, il nazismo - per mandare in estasi la gente. Come, allora, non sottomettersi a Tlon, alla vasta e minuziosa evidenza di un pianeta ordinato? Il contatto con Tlon, l'assuefazione ad esso, hanno disintegrato questo mondo."

più chiaro di così! È il sistema battuto con le sue armi sistemiche, infettato dalla sua ebola, che lo uccide per emorragia. "Già, nelle memorie, un passato fittizio occupa il luogo dell'altro, di cui nulla sapevamo con certezza... neppure se fosse falso."

La storia di Tlon è la storia di una costruzione fittizia che prende il posto di una costruzione (ritenuta) reale. Tlon potrebbe essere un mondo ideale, stupendo, cui basta credere per farlo vivere. E questa sembra la strategia suggerita da Borges. Una rivoluzione dell'immaginario più profonda di qualsiasi cambiamento di prospettiva su una realtà immutabile. Ma Luther Blissett avanza l'idea di una distruzione ancora più radicale. Qualcosa che non dia la possibilità di sostituire Tlon con qualcosa di ancor più cristallino ma, probabilmente, micidiale. Propongo di sbriciolare il meccanismo psicologico di adesione a questi sistemi, mostrandone la putredine. Come? Accellerando al massimo il processo. Proponendo continuamente nuovi sistemi, nuove "True Lies ". Diffondendo il Caos Mediatico fino a che con le balle dell'ultimo giornalista inchioderemo l'ultimo burocrate. Allora saremo liberi dal mondo. E anche da Tlon.
Del resto Borges più che proporre un nuovo modo di imporre una mitopia (attraverso una postmoderna seduzione ), sembra proprio voler criticare il meccanismo stesso e a questo proposito crea un sistema in cui viene distrutto uno degli ingranaggi più importanti dell'adesione ai sistemi stessi: L'Identità. Se rinunciamo a questa, rinunciamo al bi-sogno di narrazioni e tutt'al più possiamo cadere vittime di nuovi mondi, piuttosto che di nuove storie.
Nella congetturale Ursprache dell'emisfero australe di Tlon non esistono sostantivi ma il nucleo del linguaggio è il verbo impersonale: per dire "Sorse la luna sul fiume"si dice hl-r u fang axaxaxas mlo ovvero, letteralmente: verso su dietro semprefluire luneggiò. Sostituire ai nomi i verbi impersonali significa sostituire ai soggetti gli eventi(5), a identità predeterminate, agenti ben più nebulosi. In questo modo tutti coloro che partecipano ad una stessa azione sono la stessa persona, o meglio, sono lo stesso atto, perché di persone, su Tlon, non vale nemmeno la pena di parlare.
Questa impressione è rafforzata da una nota dell'autore riguardo ad alcune dottrine panteistiche del pianeta, nella quale si accenna ad una chiesa di Tlon secondo la quale "tutti gli uomini, nel vertiginoso istante del coito, sono lo stesso uomo. Tutti coloro che ripetono un verso di William Shakespeare sono William Shakespeare."
La faccenda diventa ancora più evidente se si passa all'emisfero boreale del pianeta. Qui il sostantivo si forma per accumulazione di aggettivi monosillabici, che costituiscono la cellula primordiale della lingua. Qualsiasi congiunzione di aggettivi ha il potere di evocare e rendere reale un oggetto. Così esiste un'entità denotata ( sempre che questo termine abbia senso) dall'espressione moplakagfarad che significa: il colore del sole nascente e il grido acuto di uccello in volo. Ci sono famosi poemi composti da un'unica, enorme parola corrispondente all'oggetto poetico creato dall'autore. Nel descrivere un simile linguaggio, Borges aveva sicuramente in mente qualcosa di molto vicino al concetto johnsoniano di Network degli Eventi. Non si tratta di una congettura, lui stesso ne parlò nelle Lettere ad un amico che non ho in maniera molto chiara:

"Ci sono idee che probabilmente non potranno mai prendere forma senza che si introduca un linguaggio adatto alla loro espressione. Questo spiega la fatica che mi è costata lo spiegarti quel mio sogno di tanti avvenimenti in giro per il mondo, diversi tra loro, ma collegabili insieme da un qualche filo invisibile e riconducibili tutti al medesimo autore...".

Non occoreva andare su Tlon per reperire una simile lingua: la pratica del Multiple Name ha tutte le potenzialità descritte da Borges. E anche questa volta l'autore ci stupisce mostrando di aver sfiorato, nella sua costruzione, persino quest'altro concetto. Nella sezione dedicata alla letteratura di Tlon spiega come raramente i libri vengano firmati. La nozione di plagio non esiste. Tutte le opere sono di uno stesso autore, atemporale e anonimo. Ci manca solo che il suo nome d'arte sia Luther Blissett...

Un' ultima caratteristica di Tlon merita di essere ricordata. Si tratta dei hronir. Su Tlon il verbo "cercare" è fattivo, come scoprire; presuppone che la cosa cercata esista. O meglio, lo implica. Se cerco una matita che qualcun altro ha già preso, prima o poi ne troverò una, un po' diversa, ma bene o male corrispondente all'oggetto della mia ricerca. È un hron. I hronir evocati dalla speranza e dalla suggestione si chiamano anche ur. I hronir sono fatti della neve di Marcovaldo sulla terra, di neutrini su Solaris. La cosa incredibile è che i hronir, come sottolinea l'autore, hanno reso grandi servigi agli archeologi; hanno permesso di interrogare il passato e di renderlo non meno plastico dell'avvenire. Così su Tlon cade anche una delle maggiori alleate dell'identità: la Memoria. Perché anche il Passato, come il Territorio, può diventare Sistema. Ma su Tlon non ci sono né Autori né Autorità (concetti fin troppo simili anche nell'espressione linguistica). E i Sistemi sono numerosissimi, ma non cercano la Verità, sono sottogeneri della letteratura fantastica e mirano alla sorpresa. Perché ogni evento è irriducibile, e classificarlo è già tradirlo. Nessuna spiegazione è possibile (oppure tutte) perché nessun fatto è collegabile ad un altro in maniera causale, ma solo poeticamente, per associazione di idee.
Si dice che chi non conosce il passato è costretto a riperterlo. Io direi: a chi non conosce il passato capita di ripeterlo. Chi lo conosce, molto più spesso, ci è costretto. Perché senza memoria non c'è identità, nazione, popolo. Non c'è soggetto. La pratica del hron è, forse, revisionismo. Ma sarebbe ingenuo credere che la Storia sia Verità. E non abbiamo appena detto che il dominio del Verosimile e del Falso devono essere fatti detonare con le loro stesse mine? Abbiamo paura che qualcuno ci venga a dire che i Lager Nazisti non sono mai esistiti. Ma intanto i Lager li hanno ricostruiti proprio quegli slavi che, insieme a zingari, ebrei e omosessuali ci hanno sofferto dentro. E Roma antica, gloria d'Italia, non era forse il terreno preferito di Mussolini? La ripetizione rituale del mito, nelle culture tradizionali, ne fa rivivere gli effetti, dà l'impressione di averlo ripetuto. Così la tribù della Sinistra, in piazza per il 25 Aprile, può mettere il cuore in pace e credersi ancora "resistente". Questa, diciamocelo, è Merda. E se un atteggiamento più disilluso nei confronti della Memoria facesse dubitare con la Resistenza, anche della Razza e della Patria, non saprei chiamarlo davvero uno svantaggio.

I tempi sono maturi per tornare finalmente a Marco(s)valdo. Dopo lo scherzo della macchina, il nostro eroe comincia a pensare che c'è una cosa che la neve non può confondere o imitare: l'uomo (ovvero l'Identità). Il pupazzo di neve che alcuni bambini stanno plasmando non potrà mai essere confuso con lui. Ma mentre è assorto in questi pensieri un cumulo di neve, scivolato da un tetto, lo sommerge completamente. I bambini arrivano, muniti di carote e altri ortaggi con cui confezionare il naso del loro pupazzo, e se ne trovano davanti due perfettamente identici. Quando però conficcano la carota sul faccione del secondo, questa scompare a vista d'occhio. E lo stesso succede con un peperone. Marcovaldo, infreddolito e mezzo congelato, accetta volentieri il cibo che gli viene offerto e i bambini scappano terrorizzati al grido di - Aiuto! È vivo! È vivo!
Con questo finale credo che nessuno potrà dubitare oltre sulla forzatura di un' interpretazione psicogeografica di questo racconto. Disorientamento del territorio - sfruttamento del sistema - derisione del potere - perdita dell'identità... La sequenza non poteva essere studiata in maniera più perfetta. Tutto torna in maniera mirabile. Marcovaldo abbandona la tuta da operaio e si veste di quella stessa neve che ha cambiato la città e ha infradiciato il commendator Alboino. Diventa però un pupazzo molto particolare. La maschera non lo priva di una forza vitale che ora lo rende addirittura spaventoso. Non c'è ombra di nichilismo. I bambini restano del tutto spiazzati di fronte a quel vivente uomo di neve. Perduta l'identità, l'attacco può arrivare da qualunque parte, inaspettato.Tutto diventa Imprevedibile. E quindi pericoloso per chi deve sorvegliare e punire.
Alla fine Marcovaldo, tutto infreddolito, si dirige verso una grata da cui sale una nube di calore. La neve si scioglie e al nostro eroe parte uno starnuto talmente forte che libera il cortile da tutta la neve. E così si rimaterializzano le cose di tutti i giorni, spigolose e ostili. Perché se Marcovaldo si rifiuta di essere un bianco pupazzo di neve mangiacarote e preferisce il grigio operaio apparentemente diverso da tutti gli altri, allora anche la città si rifiuterà di plasmare i suoi sogni e tornerà a farsi grigia di duro cemento.

Un eroe metropolitano certamente più noto di Marcovaldo e ben più convinto della necessità di non farsi identificare è l'Uomo Ragno. La sua scelta di vita è, inizialmente, del tutto occasionale. La maschera gli serve in principio più per salvare la faccia (e l'identitario orgoglio) che per scelta di vita: avendo scoperto(6), in seguito ad un malriuscito esperimento di laboratorio, di possedere la forza proporzionale di un ragno, Peter Parker decide di sfidare un campione di lotta da circo che offre 100 dollari a chi gli resisterà per tre minuti. Per evitare di essere deriso in caso di sconfitta, si maschera il volto. Risultato: vince i 100 dollari e viene ingaggiato dal circo per fare i suoi numeri. Durante gli show indossa il famigerato costume rossoblù dell'Uomo Ragno. A questo punto non si capisce bene perché non voglia svelare la sua identità: qualcuno sostiene che sia per farsi pubblicità, ma io credo lo faccia perché Peter Parker non riesce a convivere armonicamente con i suoi superpoteri. Gasato dal

successo dei suoi Spettacoli, assume un atteggiamento da star, distaccato dal mondo al punto che nel suo primo incontro (casuale) con un ladro non se ne cura e lo lascia scappare, nonostante una guardia chieda il suo aiuto. Quel ladro ucciderà suo zio Ben qualche ora dopo. Per questo Peter non può accettare del tutto la sua identità di ragno. E quando torna a esibirsi chiede al direttore del Circo di intestare l'assegno a l'Uomo Ragno. Risultato: non riesce a incassarlo. Il dialogo col banchiere è illuminante:

UR: "Vorrei incassare quest'assegno!"
Banchiere: "Dovrei vedere un documento!"
UR: "Non basta il mio costume?"
Banchiere: "Non sia ingenuo! chiunque potrebbe indossarlo! Ha un tesserino sanitario, o una patente intestata a Uomo Ragno??!"
UR: "No. Non ce l'ho."

L'identità segreta dell'Uomo Ragno spaventa la burocrazia, ma, assai di più, spaventa la stampa, che senza volti noti e personaggi di cui sbandierare le love stories rischia di fare bancarotta. Di questo si accorge perfettamente lo psicotico direttore del Daily Bugle, J. Jonah Jameson che comincia fin da subito a scrivere editoriali e a tenere conferenze per stroncare la carriera di Spiderman. Ecco il testo di uno dei suoi interventi pubblici:

"Non possiamo permettere che quella minaccia mascherata si faccia giustizia da sé! Ha una cattiva influenza sui giovani! I ragazzi potrebbero cercare di imitarne le fantastiche imprese! Pensate cosa accadrebbe se facessero di questo mostro il loro eroe! Non dobbiamo permetterlo! Dico che l'Uomo Ragno deve essere cacciato! Non c'è posto per un tale pericolo nella nostra città! I giovani di questa nazione devono imparare a rispettare i veri eroi come mio figlio (ne mostra la foto) John Jameson, il pilota collaudatore. Non dei mostri egoisti come l'Uomo Ragno... Una minaccia in maschera che si rifiuta di mostrare la sua identità!"

Jameson è talmente determinato da questo punto di vista che anche quando l'Uomo Ragno salva suo figlio a bordo di una navicella spaziale ingovernabile, continua a denigrarlo sostenendo che lui stesso aveva sabotato la capsula spaziale per poi poter fare l'eroe. Ma è chiaro che la minaccia-Uomo Ragno è un altra. Lo stesso Peter Parker quando legge le accuse contro di sé si chiede come facciano i Fantastici Quattro ad essere tanto osannati. Il fatto è che i F4 non nascondono il loro volto(7). Johnny Storm, la Torcia Umana, usa i suoi poteri alle feste di compleanno per intrattenere gli amici, parla alle assemblee studentesche, si prende il merito delle azioni portate a termine a fianco dell'arrampicamuri. E del resto l'Uomo Ragno verrà rifiutato come quinto uomo del quartetto.
Per il resto Stan Lee e lo staff Marvel non hanno molti altri spunti da offrirci. Ma tanto basta.
Non dobbiamo aspettarci molto di più. E se anche i supereroi come Spiderman fossero solo degli Zorro con una maschera un po' più metropolitana, tuttavia la tematica dello scontro tra anti-identitari e costruttori autorizzati di bugie sembra qui trattata davvero al meglio.

E per un attimo possiamo ritornare a Marcovaldo. Per chi volesse ulteriori prove delle inclinazioni psicogeografiche di Calvino, c'è ancora un episodio che può risultare illuminante.
È quello intitolato La fermata sbagliata. Marcovaldo, dopo aver assistito ad una proiezione di un film ambientato in India, esce dal cinema e si trova completamente immerso nella nebbia. Perde l'orientamento, sale sul tram sbagliato, si trova al centro di una strada stranamente illuminata, sale su un pullman pieno di confort e scopre che si tratta di un aereo quando il mezzo volante è ormai alto nel cielo diretto verso Bombay, Calcutta e Singapore. Anche questa volta il trovarsi disorientati rispetto ad un territorio familiare ( i dintorni del condominio di via Pancrazietti) è la condicio sine qua non per il raggiungimento dei propri sogni. La città scompare e sullo schermo grigio della nebbia si proiettano i colori delle foreste del Kerala e delle gopuram del Tamil Nadu. La nebbia inoltre è anche un fattore di disattivazione dei meccanismi dell'identità. Federico Fellini la descriveva dicendo:

"La nebbia è una grande esperienza esistenziale. Rimini d'inverno non c'era più. Via la piazza, via il palazzo comunale, e il Palazzo Malatestiano dov'è andato a finire? La nebbia ti nasconde agli altri, ti mette nella clandestinità più inebriante, diventi l'uomo invisibile: non ti vedono e quindi non ci sei."

La nebbia è quasi un nome collettivo. A chi possiamo attribuire un calcio che ci percuote le chiappe in mezzo ad una via cancellata dal grigio? In questo è anche meglio della neve.
Ma oltre che nella città avviluppata di nebbia, i sogni conoscono un altro posto dove materializzarsi: su Solaris. Di questo pianeta ci parla il romanzo omonimo di Stanislav Lem e, soprattutto, il film Solaris ( 1972 ) di Andrej Tarkovskij.
La vicenda è ambientata su una stazione spaziale russa. Lo psicologo Kris Kelvin viene inviato su di essa perché i suoi abitanti manifestano preoccupanti sintomi di squilibrio mentale. Il magma che costituisce la superficie del pianeta Solaris è infatti in grado di captare i più remoti desideri degli individui e di materializzarli in esseri identici agli originali ma con una struttura organica diversa. Gli astronauti della base sono ossesionati ( come lo è lo spettatore) da questi "ospiti"non sempre graditi, e uno di loro ha finito per suicidarsi. La tortura finisce quando il pianeta viene bombardato con particolari onde aventi la stessa frequenza dell'elettroencefalogramma di Kelvin. Nello stesso istante si cominciano a formare sulla superficie di Solaris delle strane isole. Kelvin è combattuto tra la speranza che "l'epoca dei miracoli crudeli non sia finita"e il desiderio di tornare sulla terra. Nella scena finale lo vediamo arrivare a casa e inginocchiarsi ai piedi del padre. La telecamera comincia ad alzarsi e la vediamo oscurarsi con le nuvole rosa che circondano il magma di Solaris. La ripresa area ci mostra un' isola in mezzo ad uno strano oceano.
Non credo che abbia sbagliato chi ha identificato nel magma di Solaris l'immagine del dispotismo sociale. I miracoli crudeli, le allucinanti risposte alle nostre aspettative sembrano infatti il suo campo da gioco. Nel film la tortura degli "ospiti", ai quali i protagonisti si attaccano al punto di non poterne fare a meno, termina quando gli umani si scuotono dalla loro passività e muovono un attacco psichico(8) al pianeta. A quel punto il territorio di Solaris comincia a cambiare. Compaiono le isole. Inizialmente queste sono piccole enclaves dove realizzare i propri progetti. Sono riserve indiane dove rinchiudersi, oasi di sogno nel bel mezzo del deserto. Ma piace pensare che il regista voglia suggerire un ulteriore sviluppo della vicenda. O almeno, io l'ho immaginato. È arrivato il momento in cui gli uomini di Solaris hanno trovato una via d'uscita dalla loro memoria (Kelvin ha materializzato la sua vecchia fidanzata, morta suicida dieci anni prima). Ora, nelle isole sul magma, cominciano a vivere il loro presente. Presto forse riusciranno a dar vita al loro futuro. E a plasmarlo come Marcovaldo le sue auto e le sue vie. Infine a uscire dall'isolamento, a collegare le loro realtà, facendo in mondo che la crosta di Solaris dia vita ad una terra nuova, e non più a simulacri del passato o a isole nel cantiere. Proprio come nell'Età del sogno gli Antenati totemici dei clan australiani fecero sorgere dal nulla il loro mondo di canti.

 

NOTE

1. Fremantle Arts Centre Press, Fremantle, West Australia, 1994.

2. Gli aborigeni australiani posseggono delle vere e proprie mappe canore (e quindi psicogeografiche) del loro territorio. Grazie ad esse possono orientarsi nel bush. Ogni individuo ha in affidamento una porzione di territorio di cui conosce i canti. La pratica del walkabout consiste in una ricognizione con la quale l'aborigeno custode di una regione, le infonde nuova energia, garantisce la sopravvivenza delle piste descritte dai canti e potenzia la propria anima. ( cfr Bugarrigarra, psicogeografia e walkabout in Luther Blissett, #1/2, Grafton 9 edizioni, giugno-settembre 1995)

3. Questa pratica è stata riscontrata varie volte nella storia. In particolare la setta giudaica del frankismo propugnava l'antinomia (la violazione sistematica della Legge, che pur si considera Sacra) come l'unico mezzo per avvicinare la venuta del Messia

4. Viene da pensare alla celebre fiaba in cui il pastorello che troppe volte a gridato "Al lupo! Al lupo!"per prendersi gioco dei compaesani, finisce alla fine sbranato senza che nessuno si muova per soccorrerlo.

5. Anche i dharma, gli elementi primordiali e irriducibili del cosmo, del buddhismo non sono cose ma eventi. E non a caso il buddhismo è una disciplina che nega fermamente l'esistenza di un'anima e di un'identità personale. Questo tipo di ontologia, secondo alcuni studiosi, si adatterebbe meglio di quella greco-occidentale alla descrizione del materia fornitaci dalla teoria fisica moderna.

6. Amazing Spider-man 1- marzo 1963

7. Anche i F4 ad un certo punto della carriera sperimenteranno con successo la pratica dell'identità segreta, sebbene con implicazioni molto meno interessanti (Fantastic Four 263 - febbraio 1984 )

8. Anche qui si tratta di combattere il sistema con le sue stesse armi. Il regime di Guerra Psichica è fortemente funzionale al potere fino a che Luther non trova il modo di scaricargli addosso tutta l'energia prodotta da tale conflitto. (vedi Introduzione alla Guerra Psichica in Luther Blissett #1/2, Grafton 9 edizioni, Bologna, giugno-settembre 1995)

 

 

...Tra cinque e sei...

 

Una rayliquia. La mattina del 9 novembre 1994 il postino recapita a Ray Johnson una grossa busta avana proveniente dalla Francia, priva del mittente. Oltre a una copia originale dell'albo Asterix le gaoulois opportunamente détournato con frasi di Gramsci e di Ernst Bloch, la busta contiene un lungo dattiloscritto su carta velina verde, firmato "Luther Blissett, Lione"(anche se il timbro postale è di Bordeaux). Si tratta di un'azzardata genealogia dei multiple names risalente addirittura a Pitagora. Johnson ne fa 13 fotocopie che spedisce ad altrettanti suoi corrispondenti: Lloyd Dunn (Iowa), Philippe Billé (Francia), James Fugazza (West Australia), Alberto Rizzi (Italia), Andràs Voith (Ungheria), Serge Segay (CSI), Graf Haufen (Germania), Kathleen Van der Maar (Olanda), Vittore Baroni (Italia), Mike Dyar (California), Sappo Knuttila II (Finlandia), Satoru Nagau (Giappone) e Raphael Akendo (Kenya). Dopo la morte di Ray, e dopo l'appello di Vittore Baroni, che incita tutti i corrayspondenti a rispedire in giro per il mondo ciò che hanno ricevuto da Johnson nel corso degli anni, il documento viene riprodotto e diffuso in più copie, ed ora viene incluso in questo libro.

 

 

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